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Sul finire del secolo il movimento delle trecciaiole decise, in segno di protesta contro lo sfruttamento della lavoratrici, uno sciopero che coinvolse tutta l'area fiorentina. Lo sciopero delle trecciaiole, fu un fatto molto rilevante per il numero di persone che vi partecipò. Scoppiato a Brozzi nel maggio 1896, si estese rapidamente in tutti i 63 Comuni della provincia di Firenze dove migliaia di donne lavoravano con salari di 10-20 centesimi al giorno, talmente bassi che non permettevano nemmeno l'acquisto di mezzo chilo di pane. Vi furono conflitti con le forze dell'ordine, commissioni di inchiesta, dibattiti parlamentari e sulle colonne dei principali periodici del tempo.

Il delegato di Provincia, in un suo rapporto al Questore redatto in questa occasione, riferì che «ai sindaci di Casellina e Torri e di Lastra a Signa si son presentate alla spicciolata commissioni di donne per ottenere che siano tutelati i loro interessi, obbligando i fattorini a mantenere verso le trecciaiole gli impegni spontaneamente assunti» (cit. in N. Capitini Maccabruni, La Camera del Lavoro nella vita politica e amministrativa fiorentina, Firenze, Olschki 1965, p. 275).

Nell’agosto del 1896, a Pieve a Settimo, venne infatti creata una cooperativa di donne che riunì oltre 800 socie, sparse su tutto il territorio circostante.

Questa una descrizione dello sciopero delle trecciaiole toscane e delle condizioni di lavoro lavoratrici della treccia fatta dallo storico moderato Pasquale Villari in un articolo, Le Trecciaole, pubblicato sulla Nuova Antologia nell’agosto 1896:

«Tutti hanno sentito lodare, ammirare le felici condizioni in cui si trovano le popolazioni agricole della campagna toscana. — Il contratto di mezzadria, si è mille volte ripetuto, ha qui raggiunto la sua forma migliore , e rende il contadino agiato, felice, onesto; lo pone in armonia perfetta col proprietario, che è divenuto il suo socio. Questa è la vera soluzione della questione sociale; qui il socialismo non attecchisce, non attecchirà mai. Se qualche cosa di simile potesse farsi per l’industria, quante cause di malcontento, quanti pericoli si eviterebbero! — Eppure , a un tratto, nella scorsa primavera, alcuni fatti nuovi, inaspettati, sembrarono venire a dare improvvisamente una solenne smentita a tutti questi discorsi, a tutti questi sogni dorati.

Le lavoratrici della paglia, le trecciaiole, insorsero a Peretola, gridando Pane e lavoro. Il tumulto si diffuse con una fulminea rapidità in tutti quanti i più piccoli borghi della provincia fiorentina. Non vi fu sangue, è vero, ma ciò avvenne perché le autorità avevano dato ordine di usare temperanza e longanimità fino all’estremo limite del possibile, ed anche perché i fabbricanti e fattorini fecero subito delle notevoli concessioni alle trecciaiole. Ma il tumulto aveva preso proporzioni serie davvero. I tram a vapore, che portavano i cappelli o le trecce, furono fermati, assaliti, saccheggiati. Alcuni gendarmi vennero insultati, disarmati. Alle fabbriche fu imposto la cessazione del lavoro, con la minaccia di violenza, d’incendio. I modi, i discorsi, l’audacia insolente dimostrata dalle donne furono assolutamente insolite in Toscana. Uno dei più grossi fabbricanti mi narrò che esse non furono contente neppure di veder coi propri occhi uscire gli operai dalla fabbrica. La caporiona, che chiamavano la Baldissera, s’avanzò e volle, in compagnia di altre due o tre donne, visitare, ispezionare tutte le stanze per accertarsi. E a chi le diceva, che a poca distanza c’erano tre gendarmi, rispose: «Mi paiono tre fiammiferi!» Spesso aiutate, istigate solo da pochi uomini, s’avanzarono verso i gendarmi a cavallo, lanciando ingiurie d’ogni sorta. Insomma si fu a un capello dal cominciare a far fuoco. A sentire e a vedere quelle donne, non par più d’essere in Toscana. Il fabbricante che va in carrozza, il fattorino che va a comprare la carne per la famiglia sono insultati col nome di boia e simili. Per molto tempo si continua anche oggi a guardare la gente civile, che viaggia nei tram, con uno sguardo provocatore, accompagnato spesso da parole, che dimostrano chiara la disposizione a ricominciare da capo.

Ma che cosa è dunque avvenuto? La corrente della pubblica opinione, bisogna riconoscerlo, si manifestò subito a favore delle trecciaiole. Si osservò, che il loro salario era disceso fino a venti centesimi per dodici ore di lavoro; che questo era inumano, enorme, peggio che il salario della fame. La colpa si faceva ricadere sui fabbricanti , che s’erano arricchiti, ma più ancora sui così detti fattorini, che sono delle vere sanguisughe delle trecciaiole, sul cui lavoro, si disse guadagnano, ingrassano, arricchiscono. Essi stanno di mezzo fra il fabbricante e le trecciaiole. Dànno a queste la paglia, commettono il cappello o la treccia, che vendono poi al fabbricante, guadagnadovi più o meno, secondo i tempi e l’avidità individuale. E quello ch’è peggio, v’è non solo un primo fattorino, ma anche un secondo e, qualche volta, persino un terzo. Il primo è non di rado un piccolo fabbricante, che compra per conto suo e di altri; il terzo suole essere una donna, che va di casa in casa a raccogliere le trecce. Sono dunque fino a tre persone, oltre il fabbricante, che guadagnano sul magro stipendio della povera trecciaiola. È in sostanza una nuova specie dei gabelloti e sub-gabelloti della Sicilia, e spesso ne hanno anche i modi. Soprattutto quando le cose vanno male, cercano di far ricadere ogni peso sulle povere donne. Infatti si afferma che da venti centesimi, essi avevano fatto qualche volta discendere il guadagno giornaliero delle trecciaiole fino a dieci, e volevano farlo discendere anche di più- — Ma allora — diceva una di esse — che cosa ci darete quest’altra volta? — Vi daremo tre castagne secche. — E questa sarebbe stata la goccia che fece traboccare il vaso. Certo più d’uno aveva già detto alle donne: — Finiremo col pagarvi a due salacchini. — E volevan dire a tre centesimi il giorno, giacché tanto valgono due salacchini. I fattorini, s’aggiungeva poi, non sono contenti del profitto che fanno sulla paglia e sulla mano d’opera. La trecciaiola deve pagar di suo il filo col quale cuce il cappello, ed il fattorino mette su una merceria, dando una parte del salario in filo, per fare così un terzo guadagno. Si direbbe, a sentir questi discorsi, che dentro la Toscana, intorno a Firenze, si sia scoperto un pezzo della Sicilia...»